Marzo 2018: il Movimento 5 Stelle è consacrato primo partito alle elezioni politiche di marzo, con il 32% dei voti elettorali e su una piattaforma politica di rottura con le formazioni dell’establishment italiano, sia di centrodestra che di centrosinistra (su temi come l’Europa, i rapporti con gli USA, la lotta alla corruzione, ecc), e promette di essere la forza dirompente che romperà il guscio del sistema (nelle parole di Beppe Grillo: “apriremo il Parlamento come una scatola di tonno”) per farvi entrare le istanze e le esigenze di tutti quei settori della società italiana che negli ultimi 20 anni ne sono stati esclusi; dopo un paio di mesi di estenuanti tira e molla, si arriva ad un accordo tra M5S e Lega salviniana per un governo di coalizione (presieduto da Giuseppe Conte), che si presenta come il primo governo in Europa 100% populista nella storia. Settembre 2019: a seguito della crisi ministeriale dovuta allo sganciamento dal governo della Lega, i grillini si rendono disponibili per un governo di coalizione con il partito massimo rappresentante dell’establishment politico e culturale italiano, il Partito Democratico: seguiranno la gestione istituzionale della vicenda Covid, con relative polemiche sulla questione del Green Pass come lesivo dei diritti di cittadinanza, fino alla messa in liquidazione del governo Conte (II) per passare all’investitura a salvatore della Patria a Mario Draghi, a sua volta sostenuto (nel suo anno e mezzo di durata) dai rappresentanti 5 Stelle, passati nel giro di un solo anno dai proclami antisistema all’appoggio organico a politiche chiaramente oligarchiche e “sistemiche” al massimo grado. Le successive elezioni di settembre 2022 sanzionano la punizione elettorale dell’inconsistenza ideologica grillina e, allo stesso tempo, premiano l’altro grande movimento politico dai toni vagamente populisti, Fratelli d’Italia, l’unico partito a non aver appoggiato ne i governi Conte ne il governo Draghi, segno che ancora una volta l’immagine di forza esterna al sistema ha pagato sul piano dei consensi. Ovviamente, una volta arrivati ai posti di comando gli stessi meloniani si sono più o meno rapidamente adeguati ai dettami strategici imposti da forze molto più grandi di loro (Bruxelles e Washington).
Questa ripetitività delle dinamiche politiche (successo elettorale di forze definite “antisistema”, successivo loro assorbimento nel sistema stesso con annessa accettazione dell’agenda delle oligarchie transnazionali) non è casuale. E’ il segnale inequivocabile che le istituzioni politiche “democratiche” (almeno nei paesi occidentali) sono per propria intima essenza costruite per garantire l’assorbimento dei veicoli del malcontento sociale (il che non vuol dire che le cause del malcontento siano poi estirpate, ma semplicemente che i canali di promozione di quelle istanze di disagio e frustrazione vengono depotenziati e appunto resi innocui dalla logica della partecipazione ministeriale). Il problema, dovrebbe essere chiaro, non è fare l’ennesima tirata moralistica (in pieno stile grillino, tra l’altro) contro i politicanti corrotti in nome della “gente che lavora”, o il fatto che a Montecitorio “è tutto un magna-magna“, ma di capire in che modo tutte le istanze di rottura con l’esistente vengano inesorabilmente fagocitate dal Blob della società neoliberale. Il discorso è molto complesso e non si esaurisce nemmeno tutto su considerazioni politiche, in quanto investe anche (e soprattutto) il piano sociologico/culturale che fa da base sociale di qualsiasi ordinamento politico.
Una logica che viene da lontano
Di esempi storici da citare ce ne sarebbero un’infinità, ma volendo attenersi alla situazione specifica italiana (per circoscrivere un minimo il campo di indagine) è facile accorgersi che il Belpaese è stato ad un tempo un luogo privilegiato per l’emersione di istanze “populiste” – tanto che è stato spesso definito da chi si occupa di questi problemi un “laboratorio populista” (cfr. M. Tarchi “L’Italia populista” n. ed. 2018 il Mulino) – e simultaneamente il luogo della graduale integrazione e addomesticamento dei movimenti di contestazione in tempi piuttosto rapidi. Rischiando di prendere la rincorsa un po’ troppo lunga, si potrebbe già citare il cosiddetto “trasformismo”, cioè la tendenza alla cooptazione parlamentaristica da parte delle maggioranze di settori più o meno grandi di opposizione, così da avere il più possibile le mani libere per la propria agenda ministeriale; una gloriosa pratica che ha avuto il suo massimo fulgore nel primo cinquantennio post-unitario, in cui il paese venne gestito ininterrottamente da un’oligarchia liberale con scarsissima base popolare, che si divideva in varie correnti (a voler semplificare: la Destra storica e la Sinistra storica) teoricamente rivali, ma spesso inclini a compromessi reciproci e soprattutto molto disinvolte nel cambiamento di posizione quando le convenienze personali lo richiedevano. Il quasi inesistente appeal popolare di queste forze governative fece sì che buona parte della società si sentisse esclusa dalla vita politica ufficiale, e già allora desse le proprie preferenze a forze che si percepivano come esterne al sistema: dal socialismo rappresentante delle masse lavoratrici, al cattolicesimo politico/sociale ostile allo stato liberale sorto dai torti fatti al (potere temporale del) Papa, fino anche ai democratici repubblicani, acerrimi nemici dell’oligarchia filo-savoiarda che guidava il paese. Ebbene, tutti questi movimenti esterni al sistema vennero, in tempi e modi diversi, attirati irresistibilmente verso il centro del sistema e ne accettarono alla fine il funzionamento, a volte come soci di maggioranza (i democristiani nel secondo dopoguerra per una cinquantina d’anni) a volte come soci subalterni (i socialisti dei governi del centrosinistra più o meno riformatore degli anni ’60). E anche qui, nuovi movimenti esterni al sistema (o autoproclamatisi tali) spuntarono fuori per sopperire all’integrazione sistemica dei vecchi movimenti. E così abbiamo, dopo la Prima Guerra mondiale, i comunisti e i fascisti, entrambi ostili al sistema della traballante Italietta liberale e decisi a costruire un nuovo ordine (con mezzi, va da sè, non sempre ortodossi). Eppure, il fascismo arrivò al potere sostanzialmente grazie al compromesso che riesce a instaurare con le classi dirigenti, e tutti i tentativi successivi (soprattutto negli anni ’30) di “totalitarizzare” il Paese, cioè di dare al regime una base autonoma di potere per i grandi piani che aveva in mente Mussolini, mostreranno la corda alla prova decisiva della Guerra mondiale, davanti alla quale le oligarchie (dopo avere fatto due conti) non si fecero grossi problemi ad abbandonare il fascismo al suo destino quando apparve chiaro che l’Asse era votata alla sconfitta. Dopo la guerra, il comunismo, la grande forza politica che aveva decuplicato la propria legittimità sul piano nazionale attraverso la Resistenza, si candidò a diventare il partito del cambiamento radicale della società italiana, ma anche qui le scelte strategiche fatte dalla dirigenza negli anni ’40 (abbandono della prospettiva rivoluzionaria armata, accettazione senza riserve del sistema democratico rappresentativo parlamentare, accettazione del sistema capitalistico come provvisorio terreno di sviluppo economico in prospettiva della trasformazione graduale della società verso il socialismo) benchè giustificate dalla situazione oggettiva del periodo (era realisticamente impensabile che i comunisti potessero avere la meglio in un ipotetico scontro frontale armato con le forze non comuniste) mise in moto un meccanismo di progressivo inserimento all’interno delle istituzioni del sistema che, a lungo andare, rese il PCI un partito tra gli altri e totalmente incapace di una visione strategica generale su dove stesse andando il paese e cosa si dovesse fare per indirizzarlo nella giusta direzione. Risultato: dopo il crollo del Muro e la fine della Guerra fredda gli eredi del partito di Gramsci e Togliatti saranno tra i più indefessi esecutori degli ordini provenienti da Bruxelles su come “compatibilizzare” il Paese ai famigerati parametri di Maastricht.
Nessuno degli esempi appena citati può essere definito a rigore “populista”. Nonostante avessero tutti una base di legittimazione proveniente dal basso, e contrapposta alla politica governativa ufficiale, e nonostante che tutti abbiano volentieri fatto uso di un linguaggio che i commentatori di oggi definirebbero populista, non rientrano nella categoria per alcune caratteristiche peculiari che li differenziano dal filone in questione: principalmente, socialisti, comunisti, fascisti, democristiani ecc. si sono sempre dotati di organizzazioni partitiche strutturate, gerarchiche, capillarmente distribuite sul territorio, e inoltre hanno tutti adottato ideologie (o visioni del mondo) “forti” cioè coerenti e consapevoli di sè. Viceversa la mentalità populista è in via di principio poco propensa a vedere di buon occhio grosse macchine partitiche (che vengono criticate per il loro carattere burocratico e distante dai veri bisogni della gente comune) ed è ancora più allergica ad adottare ideologie più strutturate e articolate di un generico “noi popolo buono/loro oligarchie cattive”; entrambi grossi handicap che continuano a pesare non poco sull’effettiva consistenza politica di queste compagini.
Le occasioni dei populisti
Se infatti andiamo a guardare più da vicino le performance dei movimenti effettivamente etichettabili come populisti, vediamo che ad una improvvisa fiammata favorevole spesso fa seguito un’altrettanto repentino declino, o comunque un “cambiamento di colore” in direzione di una politica politicante interna al sistema. Il Fronte dell’Uomo Qualunque, il movimento fondato da Guglielmo Giannini nell’immediato dopoguerra, ostile alla politicizzazione della vita pubblica conseguente alla guerra e alla Resistenza, ottiene un grosso successo immediato nelle prime consultazioni elettorali del 1946 e ’47, ma prima della fine del decennio perde quasi tutto il suo seguito a beneficio di formazioni partitiche più solide (democristiani, ma soprattutto monarchici e neofascisti); il Partito Radicale di Pannella degli anni ’70, nemico della politica di palazzo e grande sostenitore delle iniziative referendarie per dare voce diretta al popolo, sicuramente riesce ad accompagnare politicamente la grande stagione dei diritti civili (divorzio, aborto), ma sul piano della guerra alla partitocrazia i suoi risultati sono minimi, e infatti in seguito il PR non si farà problemi a fare alleanze elettorali con i più disparati rappresentanti della classe politica ufficiale; la Lega Nord, il grande partito antisistema di inizio anni ’90, che sembrava dovesse fare sconquassi soprattutto perchè il suo successo coincideva sul piano temporale con la crisi definitiva dei partiti tradizionali della Prima Repubblica (Tangentopoli), si allea abbastanza presto con il partito-azienda di Berlusconi per le politiche del 1994, salvo poi abbandonare il governo a fine anno con strascichi polemici contro il Cavaliere, torna a giocare in proprio fino alla fine del secolo, per poi tornare in alleanza organica permanente (salvo l’intermezzo del governo gialloverde del 2018/19) con gli altri partiti sistemici di centrodestra; del M5S già si è detto, la sua forza di attrazione elettorale dura soprattutto finchè viene percepito come un partito fuori da accordi e alleanze con i rappresentanti dell’establishment, quando con questi ultimi si cominciano a fare non solo accordi tattici ma addirittura si forma un governo il fascino dei grillini perde inesorabilmente quota, ed essi diventano un partito tra gli altri, genericamente di centrosinistra in concorrenza con il PD su una piattaforma ideologica abbastanza simile.
Finora dunque non si può fare altro che registrare il fallimento dei tentativi dei movimenti antisistema per mettere a soqquadro gli assetti di potere esistenti e fondare un nuovo legame sociale. Questo non significa, ovviamente, che l’Italia non sia cambiata in questi 150 anni di storia: tra l’Italietta liberale, il regime fascista, la Prima Repubblica e il regime odierno ci sono cambiamenti qualitativi e quantitativi enormi, e le stesse classi dirigenti che di volta in volta si trovano ai posti di comando sono il riflesso delle differenti condizioni della società italiana. Ma quello che conta è che nessuna delle compagini che si ripromettevano di cambiare in maniera incisiva questo paese è stata all’altezza delle aspettative, e in alcuni casi (quasi tutti) il fallimento è stato a livelli tragicomici, per la differenza tra le promesse da cui si era partiti e i risultati a cui si era arrivati. Si tratta di capire dov’è che la macchina si è inceppata, quali sono le criticità che hanno condannato questi soggetti politici al loro destino di ingranaggi subalterni del sistema