L’assalto al cielo, parte I: dentro e fuori dal sistema

Marzo 2018: il Movimento 5 Stelle è consacrato primo partito alle elezioni politiche di marzo, con il 32% dei voti elettorali e su una piattaforma politica di rottura con le formazioni dell’establishment italiano, sia di centrodestra che di centrosinistra (su temi come l’Europa, i rapporti con gli USA, la lotta alla corruzione, ecc), e promette di essere la forza dirompente che romperà il guscio del sistema (nelle parole di Beppe Grillo: “apriremo il Parlamento come una scatola di tonno”) per farvi entrare le istanze e le esigenze di tutti quei settori della società italiana che negli ultimi 20 anni ne sono stati esclusi; dopo un paio di mesi di estenuanti tira e molla, si arriva ad un accordo tra M5S e Lega salviniana per un governo di coalizione (presieduto da Giuseppe Conte), che si presenta come il primo governo in Europa 100% populista nella storia. Settembre 2019: a seguito della crisi ministeriale dovuta allo sganciamento dal governo della Lega, i grillini si rendono disponibili per un governo di coalizione con il partito massimo rappresentante dell’establishment politico e culturale italiano, il Partito Democratico: seguiranno la gestione istituzionale della vicenda Covid, con relative polemiche sulla questione del Green Pass come lesivo dei diritti di cittadinanza, fino alla messa in liquidazione del governo Conte (II) per passare all’investitura a salvatore della Patria a Mario Draghi, a sua volta sostenuto (nel suo anno e mezzo di durata) dai rappresentanti 5 Stelle, passati nel giro di un solo anno dai proclami antisistema all’appoggio organico a politiche chiaramente oligarchiche e “sistemiche” al massimo grado. Le successive elezioni di settembre 2022 sanzionano la punizione elettorale dell’inconsistenza ideologica grillina e, allo stesso tempo, premiano l’altro grande movimento politico dai toni vagamente populisti, Fratelli d’Italia, l’unico partito a non aver appoggiato ne i governi Conte ne il governo Draghi, segno che ancora una volta l’immagine di forza esterna al sistema ha pagato sul piano dei consensi. Ovviamente, una volta arrivati ai posti di comando gli stessi meloniani si sono più o meno rapidamente adeguati ai dettami strategici imposti da forze molto più grandi di loro (Bruxelles e Washington).

Questa ripetitività delle dinamiche politiche (successo elettorale di forze definite “antisistema”, successivo loro assorbimento nel sistema stesso con annessa accettazione dell’agenda delle oligarchie transnazionali) non è casuale. E’ il segnale inequivocabile che le istituzioni politiche “democratiche” (almeno nei paesi occidentali) sono per propria intima essenza costruite per garantire l’assorbimento dei veicoli del malcontento sociale (il che non vuol dire che le cause del malcontento siano poi estirpate, ma semplicemente che i canali di promozione di quelle istanze di disagio e frustrazione vengono depotenziati e appunto resi innocui dalla logica della partecipazione ministeriale). Il problema, dovrebbe essere chiaro, non è fare l’ennesima tirata moralistica (in pieno stile grillino, tra l’altro) contro i politicanti corrotti in nome della “gente che lavora”, o il fatto che a Montecitorio “è tutto un magna-magna“, ma di capire in che modo tutte le istanze di rottura con l’esistente vengano inesorabilmente fagocitate dal Blob della società neoliberale. Il discorso è molto complesso e non si esaurisce nemmeno tutto su considerazioni politiche, in quanto investe anche (e soprattutto) il piano sociologico/culturale che fa da base sociale di qualsiasi ordinamento politico.

Una logica che viene da lontano

Di esempi storici da citare ce ne sarebbero un’infinità, ma volendo attenersi alla situazione specifica italiana (per circoscrivere un minimo il campo di indagine) è facile accorgersi che il Belpaese è stato ad un tempo un luogo privilegiato per l’emersione di istanze “populiste” – tanto che è stato spesso definito da chi si occupa di questi problemi un “laboratorio populista” (cfr. M. Tarchi “L’Italia populista” n. ed. 2018 il Mulino) – e simultaneamente il luogo della graduale integrazione e addomesticamento dei movimenti di contestazione in tempi piuttosto rapidi. Rischiando di prendere la rincorsa un po’ troppo lunga, si potrebbe già citare il cosiddetto “trasformismo”, cioè la tendenza alla cooptazione parlamentaristica da parte delle maggioranze di settori più o meno grandi di opposizione, così da avere il più possibile le mani libere per la propria agenda ministeriale; una gloriosa pratica che ha avuto il suo massimo fulgore nel primo cinquantennio post-unitario, in cui il paese venne gestito ininterrottamente da un’oligarchia liberale con scarsissima base popolare, che si divideva in varie correnti (a voler semplificare: la Destra storica e la Sinistra storica) teoricamente rivali, ma spesso inclini a compromessi reciproci e soprattutto molto disinvolte nel cambiamento di posizione quando le convenienze personali lo richiedevano. Il quasi inesistente appeal popolare di queste forze governative fece sì che buona parte della società si sentisse esclusa dalla vita politica ufficiale, e già allora desse le proprie preferenze a forze che si percepivano come esterne al sistema: dal socialismo rappresentante delle masse lavoratrici, al cattolicesimo politico/sociale ostile allo stato liberale sorto dai torti fatti al (potere temporale del) Papa, fino anche ai democratici repubblicani, acerrimi nemici dell’oligarchia filo-savoiarda che guidava il paese. Ebbene, tutti questi movimenti esterni al sistema vennero, in tempi e modi diversi, attirati irresistibilmente verso il centro del sistema e ne accettarono alla fine il funzionamento, a volte come soci di maggioranza (i democristiani nel secondo dopoguerra per una cinquantina d’anni) a volte come soci subalterni (i socialisti dei governi del centrosinistra più o meno riformatore degli anni ’60). E anche qui, nuovi movimenti esterni al sistema (o autoproclamatisi tali) spuntarono fuori per sopperire all’integrazione sistemica dei vecchi movimenti. E così abbiamo, dopo la Prima Guerra mondiale, i comunisti e i fascisti, entrambi ostili al sistema della traballante Italietta liberale e decisi a costruire un nuovo ordine (con mezzi, va da sè, non sempre ortodossi). Eppure, il fascismo arrivò al potere sostanzialmente grazie al compromesso che riesce a instaurare con le classi dirigenti, e tutti i tentativi successivi (soprattutto negli anni ’30) di “totalitarizzare” il Paese, cioè di dare al regime una base autonoma di potere per i grandi piani che aveva in mente Mussolini, mostreranno la corda alla prova decisiva della Guerra mondiale, davanti alla quale le oligarchie (dopo avere fatto due conti) non si fecero grossi problemi ad abbandonare il fascismo al suo destino quando apparve chiaro che l’Asse era votata alla sconfitta. Dopo la guerra, il comunismo, la grande forza politica che aveva decuplicato la propria legittimità sul piano nazionale attraverso la Resistenza, si candidò a diventare il partito del cambiamento radicale della società italiana, ma anche qui le scelte strategiche fatte dalla dirigenza negli anni ’40 (abbandono della prospettiva rivoluzionaria armata, accettazione senza riserve del sistema democratico rappresentativo parlamentare, accettazione del sistema capitalistico come provvisorio terreno di sviluppo economico in prospettiva della trasformazione graduale della società verso il socialismo) benchè giustificate dalla situazione oggettiva del periodo (era realisticamente impensabile che i comunisti potessero avere la meglio in un ipotetico scontro frontale armato con le forze non comuniste) mise in moto un meccanismo di progressivo inserimento all’interno delle istituzioni del sistema che, a lungo andare, rese il PCI un partito tra gli altri e totalmente incapace di una visione strategica generale su dove stesse andando il paese e cosa si dovesse fare per indirizzarlo nella giusta direzione. Risultato: dopo il crollo del Muro e la fine della Guerra fredda gli eredi del partito di Gramsci e Togliatti saranno tra i più indefessi esecutori degli ordini provenienti da Bruxelles su come “compatibilizzare” il Paese ai famigerati parametri di Maastricht.

Nessuno degli esempi appena citati può essere definito a rigore “populista”. Nonostante avessero tutti una base di legittimazione proveniente dal basso, e contrapposta alla politica governativa ufficiale, e nonostante che tutti abbiano volentieri fatto uso di un linguaggio che i commentatori di oggi definirebbero populista, non rientrano nella categoria per alcune caratteristiche peculiari che li differenziano dal filone in questione: principalmente, socialisti, comunisti, fascisti, democristiani ecc. si sono sempre dotati di organizzazioni partitiche strutturate, gerarchiche, capillarmente distribuite sul territorio, e inoltre hanno tutti adottato ideologie (o visioni del mondo) “forti” cioè coerenti e consapevoli di sè. Viceversa la mentalità populista è in via di principio poco propensa a vedere di buon occhio grosse macchine partitiche (che vengono criticate per il loro carattere burocratico e distante dai veri bisogni della gente comune) ed è ancora più allergica ad adottare ideologie più strutturate e articolate di un generico “noi popolo buono/loro oligarchie cattive”; entrambi grossi handicap che continuano a pesare non poco sull’effettiva consistenza politica di queste compagini.

Le occasioni dei populisti

Se infatti andiamo a guardare più da vicino le performance dei movimenti effettivamente etichettabili come populisti, vediamo che ad una improvvisa fiammata favorevole spesso fa seguito un’altrettanto repentino declino, o comunque un “cambiamento di colore” in direzione di una politica politicante interna al sistema. Il Fronte dell’Uomo Qualunque, il movimento fondato da Guglielmo Giannini nell’immediato dopoguerra, ostile alla politicizzazione della vita pubblica conseguente alla guerra e alla Resistenza, ottiene un grosso successo immediato nelle prime consultazioni elettorali del 1946 e ’47, ma prima della fine del decennio perde quasi tutto il suo seguito a beneficio di formazioni partitiche più solide (democristiani, ma soprattutto monarchici e neofascisti); il Partito Radicale di Pannella degli anni ’70, nemico della politica di palazzo e grande sostenitore delle iniziative referendarie per dare voce diretta al popolo, sicuramente riesce ad accompagnare politicamente la grande stagione dei diritti civili (divorzio, aborto), ma sul piano della guerra alla partitocrazia i suoi risultati sono minimi, e infatti in seguito il PR non si farà problemi a fare alleanze elettorali con i più disparati rappresentanti della classe politica ufficiale; la Lega Nord, il grande partito antisistema di inizio anni ’90, che sembrava dovesse fare sconquassi soprattutto perchè il suo successo coincideva sul piano temporale con la crisi definitiva dei partiti tradizionali della Prima Repubblica (Tangentopoli), si allea abbastanza presto con il partito-azienda di Berlusconi per le politiche del 1994, salvo poi abbandonare il governo a fine anno con strascichi polemici contro il Cavaliere, torna a giocare in proprio fino alla fine del secolo, per poi tornare in alleanza organica permanente (salvo l’intermezzo del governo gialloverde del 2018/19) con gli altri partiti sistemici di centrodestra; del M5S già si è detto, la sua forza di attrazione elettorale dura soprattutto finchè viene percepito come un partito fuori da accordi e alleanze con i rappresentanti dell’establishment, quando con questi ultimi si cominciano a fare non solo accordi tattici ma addirittura si forma un governo il fascino dei grillini perde inesorabilmente quota, ed essi diventano un partito tra gli altri, genericamente di centrosinistra in concorrenza con il PD su una piattaforma ideologica abbastanza simile.

Finora dunque non si può fare altro che registrare il fallimento dei tentativi dei movimenti antisistema per mettere a soqquadro gli assetti di potere esistenti e fondare un nuovo legame sociale. Questo non significa, ovviamente, che l’Italia non sia cambiata in questi 150 anni di storia: tra l’Italietta liberale, il regime fascista, la Prima Repubblica e il regime odierno ci sono cambiamenti qualitativi e quantitativi enormi, e le stesse classi dirigenti che di volta in volta si trovano ai posti di comando sono il riflesso delle differenti condizioni della società italiana. Ma quello che conta è che nessuna delle compagini che si ripromettevano di cambiare in maniera incisiva questo paese è stata all’altezza delle aspettative, e in alcuni casi (quasi tutti) il fallimento è stato a livelli tragicomici, per la differenza tra le promesse da cui si era partiti e i risultati a cui si era arrivati. Si tratta di capire dov’è che la macchina si è inceppata, quali sono le criticità che hanno condannato questi soggetti politici al loro destino di ingranaggi subalterni del sistema

“Critica della ragione liberale”

Il libro di Andrea Zhok “Critica della ragione liberale“, ed. Meltemi 2020, è un ottimo esempio di come si possa fare al giorno d’oggi una storia filosofica in grande stile, nel senso di un’opera che non si limiti a una descrizione più o meno neutrale di una determinata corrente di pensiero, ma che cerchi anche di costruire delle basi teoriche (ancora premature, visti i tempi che corrono) per una futura prassi politica, nel caso specifico per una strategia di opposizione globale alle ideologie predominanti nella nostra epoca, che l’autore riconduce tutte in sostanza a un’unica matrice filosofico/antropologica, quella liberale. E’ esattamente quello che serve per cominciare a chiarirsi le idee sul piano teorico, dal momento che molto spesso le (più che legittime) istanze di opposizione al “Nuovo Ordine Mondiale” a guida americana sono veicolate in maniera confusa, oppure sono il frutto di reazioni epidermiche a determinate contingenze politiche, o ancora peggio fanno uso di narrazioni complottiste assolutamente deleterie. E’ un segno dei tempi, i tempi infausti della comunicazione in tempo reale, dei proclami di approvazione o disgusto dalle pagine di social-media ampiamente “regolati” (cioè manipolati) dalle oligarchie della comunicazione occidentale, delle notizie a base emozionale che vengono prese per buone senza il minimo filtraggio cognitivo, tutti aspetti che hanno ampiamente contagiato anche il mondo della contestazione “antisistema”, spesso costretta a giocare sullo stesso tipo di impulsi e sollecitazioni che vengono dai media mainstream. In questo modo anche le intuizioni più che fondate sulla sostanziale illogicità che permea le società occidentali (e, per esteso, buona parte del mondo) e i loro meccanismi di riproduzione materiale e ideologica, vengono “neutralizzate” in un grande bagno di confusione ideologica, reazioni emotive che lasciano il tempo che trovano e nessuna reale consapevolezza strategica.

Proprio per questo il libro di Zhok è un inaspettato toccasana, proprio perchè è programmaticamente scevro da qualsiasi rimando alla polemica politica contingente, ma si riserva di fare un passo indietro dalla superficie del presente per vederne meglio le strutture di lungo periodo che stanno in profondità. “Critica della ragione liberale” ha il merito di scandagliare a fondo i presupposti filosofici stessi della società contemporanea, nella misura in cui questa può essere definita “liberale”, cioè una società fondata sostanzialmente sul primato dell’individuo (come unico elemento davvero fondante della società) e su un legame sociale di tipo “mercantile”, nel senso che il tessuto connettivo della società viene tenuto insieme essenzialmente solo dagli scambi di merci (compresa la forza lavoro) tra individui tutti presupposti autosufficienti e raziocinanti, mossi esclusivamente dal proprio interesse utilitario e totalmente slegati da qualsiasi appartenenza simbolica/culturale più ampia.

L’autore imposta la sua indagine filosofica partendo dalle condizioni “genealogiche” che hanno reso possibile l’avvento della ragione liberale, grosso modo in un lasso di tempo che va dal XVII al XVIII secolo; nello specifico vengono esaminati: il processo di “individualizzazione” critica, implicito da sempre nell’uso della scrittura ma potenziato dall’invenzione moderna della stampa a caratteri mobili; la genesi della moderna concezione di “scienza”, anch’essa databile all’ingrosso nel ‘600; la nuova preponderanza che lo scambio commerciale cominciò progressivamente ad assumere nello stesso torno di tempo e che portò alla ribalta nuovi ceti (di origine mercantile) la cui richiesta di riconoscimento sociale non poteva più basarsi sulla vecchia legittimazione religiosa tradizionale, gerarchica e organicistica, ma doveva trovare un nuovo fondamento per potersi candidare all’egemonia sul resto della società.

Il secondo punto esaminato è proprio il principio del pensiero politico liberale, i cui padri fondatori vengono individuati nei classici Hobbes, Locke e Smith. La scelta di Hobbes, di primo acchito, potrebbe sembrare azzardata, essendo generalmente considerato il teorico dello stato assoluto, ma in realtà è proprio la “modernità” di Hobbes a farne il fondatore (inconsapevole) del futuro liberalismo, nella misura in cui Hobbes è tra i primi pensatori politici a fondare la società SOLO ED ESCLUSIVAMENTE su un patto sociale stipulato tra individui autonomi, i quali non hanno alle spalle alcun presupposto “ontologico” nè di tipo naturale nè di tipo religioso. Locke è la scelta più ovvia, essendo colui che teorizza il governo rappresentativo e che basa i diritti civili dei cittadini sul basilare diritto alla proprietà. Infine Smith è unanimemente considerato il fondatore dell’economia politica, e cioè il pensatore che fonda una “scienza economica” autonoma dagli altri rami del sapere e che soprattutto mette in circolazione la nozione di “mano libera del mercato” come garanzia del funzionamento armonico di una società basata esclusivamente sul perseguimento dei vari interessi particolari degli individui, che si sommerebbero “virtuosamente” in uno scambio sempre maggiore di merci e quindi in una sempre maggiore prosperità generale.

Il terzo punto analizzato concerne la trasformazione della filosofia politica liberale nella seconda metà del XIX secolo, a seguito dell’incontro con la nuova “scienza economica” neoclassica (o marginalista), che imprime una svolta determinante nelle future evoluzioni di questa visione del mondo. Se ancora i pensatori del liberalismo classico avevano un impianto filosofico e storico, con i neoclassici si comincia quel processo di progressiva assimilazione delle teorie economiche (beninteso capitalistiche) a una pretesa oggettività scientifica, che si autoproclama indipendente da qualasiasi valutazione di valore o politica, e quindi al di là di qualsiasi contestazione. La matematizzazione e la razionalizzazione (nel senso di astrazione ultrarazionalistica di un soggetto economico isolato, in realtà mai esistito nella storia) saranno le basi di legittimità che la futura teoria neoliberale metterà sul piatto della bilancia quando si tratterà di sfidare il compromesso socialdemocratico dei cosiddetti “Trenta anni gloriosi” e ridefinire i rapporti di forza tra capitale e lavoro, alla fine degli anni ’70.

Segue una breve storia dei rapporti tra teoria liberale e forma Stato, improntati a un amore/odio, per cui tutta la filosofia politica liberale si definisce se non proprio in opposizione comunque per differenza (e come “argine”) alla sovranità statale, come rivendicazione delle prerogative della società civile sulla sovranità del Politico, senonchè ogni passo nel consolidamento della potenza della proprietà privata individuale (e quindi della sua pretesa di essere il fondamento della cittadinanza) non sarebbe potuto essere possibile senza l’intervento determinante di quello stesso Stato che a parole viene tenuto più alla larga possibile; nella versione neoliberale poi questa contradditorietà celebra vette parossistiche, nella misura in cui i teorici neoliberali chiedono a gran voce un intervento statale allo scopo di implementare le “riforme” che dovrebbero avvicinare gli scambi (e i rapporti tra individui) reali il più possibile al modello di “mercato perfetto”; assolto questo compito, lo Stato viene quindi gentilmente pregato di non interferire più sull’andamento del mercato.

La quinta e la sesta parte sono quelle meno storiche e più squisitamente filosofiche, in cui vengono tracciate le conseguenze culturali e le derive ideologiche della visione del mondo liberale. Nella quinta parte, si prende atto che l’individualismo metodologico che fa da presupposto al liberalismo non possa produrre che anomia sociale, perdita del senso, perdità delle identità individuali e di gruppo, proprio in virtù della rinuncia programmatica, da parte della dottrina liberale, a ricercare un’unità “ontologica” che possa fare da collante simbolico per la società, e al cui posto viene messo l’autopotenziamento economico come unico metro di valore generalmente riconosciuto come “oggettivo”. Tale scelta anti-ontologica ha ovviamente conseguenze nichilistiche, essendo il potere del denaro un “significante vuoto”, totalmente privo di qualità proprie e che può essere riempito con qualsiasi cosa.

La sesta parte esamina più da vicino le ricadute ideologiche attuali, dominanti a livello mediatico, portate dalla visione del mondo liberale: partendo da una ricognizione sommaria del postmodernismo francese (Foucault, Deleuze, ecc) come progressiva e consapevole decostruzione del soggetto e come delegittimazione di qualsiasi struttura (in linea di principio opprimente e basata sulla coercizione) che possa “informare” la società, vengono poi elencate le diverse parole d’ordine culturali delle società attuali: dall’ideologia dei diritti umani, al nuovo femminismo “differenzialista”, dall’ideologia del “gender” alla propensione al rivendicazionismo rancoroso, vittimistico e autoreferenziale che ormai deborda da qualsiasi tipo di mass-media e che ormai detta il tono delle conversazioni su questioni civili o politiche. Tutte queste derive sono riconosciute come conseguenze dell’impostazione liberale, passata attraverso le contestazioni novecentesche (in particolare il ’68, anno spartiacque a livello culturale) che sono state assorbite attraverso la mediazione filosofica postmoderna e rese sostanzialmente innocue quando non funzionali al sistema liberale/capitalistico.

In definitiva, il pregio di questo libro è esattamente quello che dovrebbe determinare lo standard qualitativo di un saggio filosofico, la capacità di legare una riflessione teorica complessa alle ricadute culturali e politiche che sono sotto gli occhi di tutti, per fornire una chiave interpretativa ragionata e razionale a chi sente il disagio nei confronti della società esistente ma non ha ancora a disposizione le categorie concettuali per articolare una “visione d’insieme” all’altezza del compito. Zhok riesce nell’impresa, proprio minando le pretese “naturalistiche” della ragione liberale e gli assunti antropologici (quasi mai messi in discussione dai liberali stessi) che ne stanno alla base, e collegando questa operazione teorica alla valutazione dei problemi politici e culturali presenti. Un’opera esemplare

La legge ferrea dell’oligarchia 2.0

La recente investitura di Luigi Di Maio a candidato premier del Movimento 5 Stelle, dopo una elezione (ma meglio sarebbe chiamarla un’acclamazione) sulle cui procedure di designazione dei candidati è lecito sollevare più di un sopracciglio, ha dato luogo a una serie di reazioni diverse da parte dei commentatori. Per gli avversari politici (dal centrodestra al centrosinistra), ovviamente, l’evento è stato oggetto di scherno e facili ironie sui connotati plebiscitari della votazione, a segno dell’immaturità politica dei grillini e della loro impreparazione a governare il paese.

Più interessanti le considerazioni di persone che, nel passato o nel presente, hanno condiviso il progetto di cambiamento evocato da Grillo. Uno di questi è Claudio Messora, blogger (cfr. byoblu) e in passato già responsabile della Comunicazione dei Pentastellati sia al Parlamento italiano, sia a quello europeo. In un recentissimo intervento (cfr. video), invero postato prima dei risultati della votazione, Messora ha commentato le procedure di designazione dei candidati grillini, ma l’argomento gli è servito anche da base di partenza per una rievocazione (in chiave polemica con l’attualità, naturalmente) delle origini del M5S, dei suoi valori di riferimento (in breve, il mandato imperativo e la democrazia diretta) e delle sue bestie nere di allora (in breve, il concetto politico di rappresentanza e la conseguente autoreferenzialità degli eletti che ne deriva). Messora dice: il Movimento 5 Stelle delle origini, balzato fuori dalla mente di Casaleggio sr, era la concretizzazione più genuina del concetto di democrazia diretta, vale a dire del principio per cui i delegati politici scelti dal corpo di attivisti/militanti/elettori per entrare in parlamento sono esclusivamente dei portavoce delle istanze che provengono dal basso, dal “popolo”, e tutta la loro azione politica deve tradursi nella promozione in sede istituzionale delle decisioni che sono state prese in sede di votazione/referendum dal corpo di attivisti/militanti/elettori. Non vengono ammessi traffici e maneggi strani “a porte chiuse”, cioè al riparo dallo sguardo del popolo, perchè questo sarebbe il segno più infamante della contaminazione con la “vecchia politica” e un tradimento del sacro principio della trasparenza; non sono apprezzati il leaderismo e il protagonismo eccessivo tra i deputati e senatori, in quanto essi potrebbero essere la spia di una volontà di sganciarsi dal mandato imperativo popolare e di decidere da soli senza doverne render conto alla base; infine, ogni singolo tema di discussione viene sottoposto al giudizio della “rete”, cioè del “popolo”, le cui decisioni su tutte le questioni sul tavolo sono vincolanti per i rappresentanti del Movimento. Si tratta, in poche parole, della “democrazia 2.0” teorizzata da Casaleggio e poi messa in pratica nei primi anni di attività del M5S.

Il punto di svolta viene individuato nel 2014, cioè dopo i deludenti risultati delle elezioni europee; all’interno del movimento si comincia a capire che certe strategie di trasparenza a oltranza non sembrano pagare sul piano dei consensi elettorali, e che il sottoporre ogni singolo tema al vaglio della rete rischiava di creare una cacofonia di pareri che avrebbe ingolfato il processo decisionale all’interno del Movimento, impantanando l’attività politica in una serie di interminabili discussioni su singoli punti senza che venisse fuori una strategia precisa. Anche il precedente atteggiamento di chiusura ai mass media tradizionali, accusati (a ragione) di essere collusi con il potere e quindi incapaci di alcuna obiettività, venne in parte sconfessato, e si cominciarono a vedere esponenti grillini nei salotti e nei talk show televisivi, a difendere, davanti a un pubblico “generalista” (una cosa che probabilmente avrebbe fatto orrore ai militanti della prima ora), le proprie posizioni. Il processo decisionale venne quindi “snellito”, in modo da creare più libertà di movimento per i parlamentari eletti, e si cercò, sul piano dell’immagine, di raggiungere il più ampio numero di persone possibile, comprese quelle meno inclini ai ragionamenti politici raffinati e più propense a dare o ritirare le proprie simpatie sulla base di umori superficiali. Messora mostra di non approvare per nulla la svolta “partitista” post-2014, e di rimpiangere i  bei tempi andati in cui era la mitica “base” di attivisti a dettare la linea politica al vertice.

Sulla base di questo principio, si contesta anche la pertinenza stessa di fare delle “primarie a 5 Stelle” per scegliere il candidato premier, in quanto non ha senso voler dare un nome e un volto specifico a un rappresentante incaricato di fare semplicemente da portavoce delle istanze della base e privo di prerogative decisionali che non provengano dai suoi sostenitori. In effetti, se tutto quello che conta è il mandato imperativo degli elettori, e il rappresentante è un semplice megafono che riecheggia, in sede istituzionale, il volere del popolo, non ha senso indire una votazione per decidere quale megafono usare: un megafono vale l’altro, perchè è la voce (del popolo) che esce da quel megafono a fare la differenza. Messora calca su questo argomento, a voler dimostrare che le primarie sono la testimonianza più lampante del mutamento del M5S, da movimento di democrazia diretta a “partito” (termine che viene caricato di connotati esclusivamente negativi) con le sue cordate interne, le sue rivalità intestine, i suoi capi e capetti che vengono osannati da una base sempre meno abituata ad entrare nel merito dei problemi e che delega loro sempre di più la capacità decisionale che in origine era patrimonio esclusivo della suddetta base. Le elezioni a candidato premier (di cui comunque vengono contestati anche le modalità di selezioni dei papabili) e il suo scontato esito plebiscitario sono dunque la pietra tombale della vecchia utopia della democrazia diretta e della speranza che il popolo, attraverso un’attività politica che era anche arricchimento delle proprie conoscenze, potesse arrivare veramente all’obbiettivo di governarsi da sè. Ma bisognerebbe chiedersi: è mai esistito un popolo del genere? E, se per caso è esistito, ha mai esercitato davvero un potere vincolante?

Questo, in definitiva, è il punto su cui tutti i russoviani di questo mondo si dovrebbero arrovellare, con la prospettiva però di arrivare a inquietanti conclusioni sia sulle dinamiche reali del potere, sia sulla effettiva disponibilità del magnifico popolo ad “autoeducarsi” all’arte del Buon Governo. La storia delle ideologie politiche è piena zeppa di grassroots movements, movimenti dal basso, che all’inizio incarnano i valori della partecipazione popolare diretta ai processi decisionali della società, ma che poi, davanti alle infinite variabili della vita politica, vengono irresistibilmente risucchiati dalla tendenza alla professionalizzazione della politica, cioè a delegare a un ceto politico di professione, necessariamente separato dal resto degli elettori, le prerogative di decisione degli indirizzi del movimento, con tutti i rischi di autoreferenzialità che questo comporta. E’ un processo doloroso ma quasi inevitabile, perchè la stessa promozione delle rivendicazioni delle classi subalterne necessita di un personale che sappia come muoversi in ambienti caratterizzati da accordi sottobanco, scambi di favori, da un linguaggio ipocrita e ingannevole, ecc. E questo può essere fatto solo se si garantisce al rappresentante la libertà di manovra necessaria a farsi strada in questa selva oscura, perchè è lui, non il popolo che lo ha votato, a toccare con mano i meccanismi del potere e a capire cosa ci sia veramente in gioco nelle varie fasi della vita politica. C’è anche un altra considerazione (toccata di sfuggita da Messora nel suo discorso): il contrasto stridente tra, da una parte, una base militante (relativamente esigua da un punto di vista numerico), disposta a sobbarcarsi i costi materiali dell’attivismo e a spendere le proprie energie, anche intellettive, a discutere e a prendere seriamente il dibattito teorico di un movimento; e, dall’altra, un bacino di sostenitori e simpatizzanti (enormemente più grande), che sono poi il grosso dell’elettorato, che intende la partecipazione alla politica semplicemente nei termini del tifo da stadio per il leader carismatico che ha fatto breccia nel suo cuore, al quale delega la sua fiducia su tutte le questioni e che è pronto a sostenere a occhi chiusi, o quasi. Alla lunga, e con l’allargarsi della base di consensi del movimento, è chiaro che il secondo tipo finisce per surclassare con punteggi tennistici il primo, e quindi a legittimare indirettamente proprio quella tendenza autoreferenziale della politica che prende il mandato popolare per farne quello che vuole.

Il Movimento 5 Stelle era un metodo, dice Messora: il metodo della trasparenza politica più pura, dove tra il popolo e le istituzioni non dovevano esserci filtri di alcun tipo, e in cui dunque i rappresentanti non dovevano fare altro che attenersi diligentemente ai dettami dei rappresentati. Era una dichiarazione di principio. Il problema è che, in politica, il metodo (cioè la forma della decisione, il processo di determinazione della decisione) è molto meno importante della decisione stessa: è il contenuto della decisione che rileva sopra ogni altra cosa, vale a dire: sono gli interessi e la visione del mondo di cui questa decisione si fa portavoce che contano, al 99,9%, e non la procedura (più o meno limpida, più o meno trasparente, più o meno democratica), che fa da ornamento alla decisione. Il M5S era la convinzione che, attraverso il metodo dell’onestà, della trasparenza, della condanna di qualsiasi opportunismo, si sarebbe riusciti ad arrivare a un consenso generale maggioritario della nazione, la base per la legittimità dei grillini a governare il paese. Ma la realtà è ben diversa: in un mondo dominato dagli interessi, dai rapporti di forza, dalle strategie di diversione degli attori politici (un po’ come sui campi di battaglia), la capacità di avere un quadro chiaro della situazione (e il più disincantato possibile) è molto più determinante del continuo rimando alla democrazia diretta, e questa capacità può averla solo una ristretta elite di persone che, per il ruolo professionale che svolgono o per sensibilità personali, è in possesso degli elementi per elaborare una qualche strategia per l’avanzamento di determinate prerogative politiche, a volte anche per favorire le classi popolari; questa capacità, purtroppo, non è per nulla democratizzabile, e non lo sarà mai.

Perchè, dunque, scegliere di appoggiare un movimento/partito piuttosto che un altro, se tutti più o meno funzionano allo stesso modo e ricalcano gli stessi processi decisionali oligarchici? Il discrimine, per me, è nel tipo di cultura politica che identifica il singolo movimento/partito: un partito che ha salde radici nella critica dell’establishment, che ha forti connotati antisistema, che si dota di un saldo e coerente apparato teorico di decifrazione del mondo esterno, che individua in maniera precisa amici e nemici, che rifiuta di scendere a compromessi strategici con il sistema imperante, è già qualcosa da appoggiare, indipendentemente dai gradi di democrazia diretta al suo interno: è su questa base, che il Movimento 5 Stelle va giudicato, ed eventualmente sostenuto o rifiutato, e bisogna dire che la recente ascensione al trono di Di Maio (personaggio “sospetto”, per via di suoi contatti  con ambienti oligarchici estranei all’ideologia ufficiale dei grillini) solleva interrogativi inquietanti sulla reale tenuta antisistema dell’unico aggregato politico che aveva dalla sua i numeri per cambiare veramente la storia di questo paese.

Le illusioni della democrazia e la degenerazione del “progressismo”

Nel cuore dell’impero […] una porzione non trascurabile della borghesia americana è diventata un’oligarchia stabile ed ereditaria grazie al controllo delle fabbriche automatizzate, delle reti di comunicazione, dei circuiti di finanziamento dei due principali partiti. Cooptando qualche nero e qualche ispanico in posti di responsabilità, trasformando la “destra” e la “sinistra” in due fazioni di uno stesso consenso, questa “superclasse” (overclass) che va pazza per il nomadismo e la modernità, ha continuato a camuffare il proprio dominio rinfocolando in seno ai ceti popolari divisioni di tipo etnico, culturale e razziale, spesso esacerbate da politiche di segregazione sociale. Ormai tranquillizzata, la “superclasse” ha perfezionato un progetto coerente che mira (grazie all’immigrazione e al liberoscambismo) a mettere i lavoratori occidentali in concorrenza con il proletariato del Terzo Mondo. Dire che questi orientamenti hanno fatto il gioco dell’estrema destra significa enunciare un’evidenza e, allo stesso tempo, rimanere molto al di qua della realtà. Perchè, per la “superclasse”, nessuna opposizione poteva essere più provvidenziale di quella dei razzisti e degli xenofobi. Dissimulando, infatti, sotto una copertura internazionalista e umanistica il proprio progetto coloniale e mercantile, la superclasse è riuscita a inglobarvi forze di sinistra, giornalisti, intellettuali e artisti che nutrivano un interesse pratico verso il successo dell’impresa, ma che dovevano invocare ben altro che la semplice sottomissione alla modernità capitalista per potervi efficacemente concorrere”

Serge Halimi, Il grande balzo all’indietro, ed. it. Fazi Editore 2006, pag. 270

Una citazione che vale un’intera biblioteca. In meno di venti righe, Serge Halimi (collaboratore e in seguito direttore editoriale di Le Monde diplomatique) riassume magistralmente lo scenario sociale in cui tutti i paesi occidentali sono immersi da almeno un ventennio a questa parte. E anticipa genialmente anche l’atteggiamento delle elites culturali “progressiste” italiane nei confronti della massiccia ondata migratoria che negli ultimi anni si è abbattuta sul Belpaese. E’ un quadro di una chiarezza stupefacente, e allo stesso tempo un affresco desolante del panorama politico e sociale odierno.

Il grande balzo all’indietro, scritto qualche tempo prima dello scoppio della crisi economica del 2008, non si concentra tanto sui dati quantitativi della riconversione (forzata) delle economie di tutto il mondo alle dottrine neoliberiste a partire dai tardi anni ’70; dati e numeri vengono forniti, certo, per mostrare che la tanto sbandierata “prosperità” dell’economia globalizzata è andata soprattutto a beneficio di una casta privilegiata di detentori del potere economico, ammanicati con dirigenti politici di Stati nazionali o di organizzazioni internazionali (dal Fondo Monetario Internazionale all’Unione Europea), ma non sono assolutamente il nerbo centrale del libro. Ciò che viene descritto è invece la storia della degenerazione di una cultura politica, il percorso inesorabile che ha portato dirigenti di partito, apparati di propaganda, falangi giornalistiche e intellettuali a passare dalla valorizzazione di una società (pur capitalistica) basata sul concetto di redistribuzione dei redditi e di intervento statale per venire incontro ai bisogni delle classi subalterne, all’aperta militanza fanatica a favore di un modello di rapporti sociali basato esclusivamente sull’iniziativa privata dei proprietari di capitale, ai quali doveva essere garantita la massima libertà di movimento nelle loro attività, nella convinzione (la cui scarsa attinenza con la realtà non ha mai prodotto ripensamenti significativi tra le elites oligarchiche) che l’accresciuta capacità di generare profitti e dividendi per gli imprenditori si sarebbe positivamente riversata anche sulle classi meno abbienti. E’ la storia di una vera e propria degenerazione culturale totale, nata (anche) dalle carenze e insufficienze delle classi politiche cosiddette “progressiste” e keynesiane, abituatesi nel dopoguerra a gestire senza grandi intoppi paesi le cui economie avevano ricominciato a galoppare e che godettero, tra anni ’50 e inizio ’70, di una esplosione produttiva e consumistica assolutamente ineguagliata, che fornì a masse sterminate di persone una “integrazione subalterna” nella società capitalistica, rendendo perciò sempre più remota la possibilità di una rivoluzione popolare antisistema. Queste classi politiche keynesiane, caratterizzate spesso da disinteresse per la teoria e da pigrizia intellettuale, furono prese completamente alla sprovvista dalla crisi economica (allo stesso tempo produttiva e inflattiva) degli anni ’70, e, data la loro pochezza teorica, non furono assolutamente capaci di reagire efficacemente alla marea montante dei fanatici del neoliberismo che, sempre più insistentemente, chiedevano a gran voce una revisione radicale delle politiche di intervento statale fin lì praticate. L’afasia pressochè totale della “vecchia guardia” dirigista facilitò di molto il compito delle nuove falangi ideologiche di propaganda delle nuove teorie economiche, e, nel giro di poco tempo, le cattedre universitarie di economia di tutto il mondo passarono dall’egemonia del keynesismo a quella del neoliberismo più o meno acritico, e, da lì, vennero fuori quelli che sarebbero diventati i responsabili dei Ministeri del Tesoro, delle Banche Centrali e degli organismi di “cooperazione” economica internazionali come l’FMI, la Banca Mondiale, o la Commissione europea. Tali reparti universitari si trasformarono così in produttori in serie di personaggi completamente privi di qualsiasi altro parametro che non fosse la dottrina neoliberista, con conseguenze disastrose per i settori meno abbienti dei paesi dove tali individui avrebbero legiferato.

Nel libro di Halimi emerge chiaramente anche un altro discorso: la presa ideologica della dottrina liberista è talmente incontrastata (i suoi discepoli sono dappertutto, in tutti i gangli di importanza strategica di tutte le principali organizzazioni di carattere nazionale e internazionale), che le elites non hanno nessun bisogno di preoccuparsi dei risultati elettorali nelle varie nazioni: tutti i partiti maggioritari (compresi quelli della cosiddetta “sinistra”) di tutti i paesi occidentali sono, infatti, completamente assuefatti all’idea dell’assoluta intrascendibilità della globalizzazione neoliberista, che per loro è un fatto oggettivo che non può in alcun modo essere messo in discussione; perciò, qualsiasi sia il risultato di una consultazione elettorale, gli oligarchi e gli appartenenti alla “superclasse” possono dormire sonni tranquilli, tanto è certo che i nuovi arrivati sugli scranni del potere politico sono stati assolutamente “normalizzati” da anni di indottrinamento liberale, e non rappresentano minimamente una minaccia per l’establishment. La consultazione elettorale è dunque un gioco truccato, in cui, a prescindere dal risultato sul campo, a vincere è sempre il banco, cioè le elites, i cui servi politici si possono altresì ammantare di un’aura di legittimità democratica per aver trionfato nelle urne. L’illusione della democrazia si rivela, così, nella maniera più squallida, e anche più disperante per chi intende l’agone politico come il luogo della decisione, cioè della scelta tra opzioni politiche diverse, tra orizzonti culturali e ideologici realmente alternativi.

Nel brano sopracitato, Halimi delinea anche molto bene le strategie di manipolazione dell’opinione pubblica adottate dai settori dell’establishment politico una volta che i “benefici” della globalizzazione (nei termini della massiccia immigrazione di masse disperate verso i paesi cosiddetti “sviluppati”) si rivelano essere molto poco “benefici”, perlomeno per gli strati sociali svantaggiati dei paesi di approdo dei migranti. Le conseguenze di una immigrazione massiva, nei termini di aumento della criminalità e della presenza di nuova manodopera disposta a lavorare a condizioni molto peggiori di quelle a cui sono abituati i lavoratori “autoctoni” (i quali sarebbero costretti ad adattarsi ai nuovi standard peggiorativi, se non vogliono rischiare di trovarsi “fuori dal mercato”, sostituiti da immigrati privi di protezioni sindacali), con tutto il corollario di sfruttamento completamente deregolamentato della manodopera, cominciano a produrre, negli strati subalterni della popolazione di molti paesi europei, un moto di rigetto, se non di vera ostilità nei confronti dei nuovi venuti; tale reazione viene, ovviamente, utilizzata dalle elites politiche e intellettuali (soprattutto quelle “progressiste” e di sinistra) per mostrare il carattere regressivo del popolo, che deve quindi essere “educato” (da loro, s’intende) con ulteriori massiccie dosi di immigrazione e deregolamentazione del mondo del lavoro, così che finalmente questa massa di plebei “razzisti” e “xenofobi” si converta al senso della storia e impari a godere delle meraviglie della “globalizzazione”.

Le periodiche (e assolutamente fisiologiche, vista l’assoluta demenzialità dei capi di Stato – in particolare quelli italiani – verso il fenomeno migratorio) manifestazioni popolari di insofferenza nei confronti dei migranti, ovviamente etichettate subito con l’epiteto sprezzante di “populiste” dai grandi mezzi di informazione legati a doppio filo alle oligarchie, sono in effetti la manna dal cielo per tutto un settore intellettuale/culturale, autodefinitosi “progressista”, che, dopo aver mollato completamente le ambizioni di palingenesi e riscatto sociale coltivate negli anni ’60 e ’70, è passato armi e bagagli a fare l’apologia sfrenata della globalizzazione, dipinta come la grande occasione dell’umanità per abbattere le frontiere tra i popoli, liberarsi dei pregiudizi e dell’intolleranza, “allargare le proprie vedute” con viaggi facili all’estero e con sempre maggiori mezzi per comunicare con il resto del mondo, ecc. Il volto più concreto di questa globalizzazione, fatto di crescente precarizzazione delle condizioni di lavoro delle classi subalterne, distruzione (da parte delle forze fameliche dei mercati internazionali) di economie locali fino a quel momento “protette” da barriere nazionali, annientamento delle differenze culturali in favore di un multiculturalismo falso, completamente schiacciato sul modello anglosassone, non viene mai preso in considerazione da questi “illuminati progressisti”, troppo presi ad autogratificarsi per il proprio umanitarismo e a pensarsi come la parte buona della società civile, in contrapposizione con i provinciali e intolleranti “populisti”. E’ imputabile a queste tendenze (pseudo)culturali se oggi, in paesi come l’Italia, questioni come immigrazione e globalizzazione non riescono a venire affrontate con un minimo di razionalità, perchè tutto il dibattito su questi argomenti è stato preso in ostaggio da due bande di decerebrati: da una parte gli “identitari”, afflitti  quasi sempre da paranoie fallaciane, sempre inclini a scambiare l’effetto (i migranti disperati che approdano sulle nostre coste) con la causa (lo scatenamento incontrollato dell’economia dominata da flussi di capitale “a piede libero”), e quindi incapaci di un qualsiasi approccio razionale; dall’altra, appunto, i “progressisti”, completamente catafratti nelle loro illusioni di una “società mondiale” di gente multicolore che vive in pace e completamente ciechi e sordi ai problemi e alle privazioni reali della gente comune. Un panorama desolante, che non sarà facile modificare, e la testimonianza della forza egemonica per il momento incontrastata delle ideologie delle oligarchie dominanti.

La lunga marcia verso un mondo da incubo

La situazione in cui versa oggigiorno il mondo, su tutti i piani (economico/sociale, geopolitico, militare, culturale), non si è certo realizzata nel giro di una notte; e non è neanche il portato di una fantasmatica “fine della storia”, che dovrebbe consacrare il mondo globalizzato (a egemonia statunitense, of course) come il prodotto più alto della lunga storia della civiltà umana. Una visione del genere porterebbe alla sacralizzazione miracolistica dell’attuale stato di cose, percepito come la volontà inesorabile di entità superiori (il “mercato”, la “democrazia”, la “globalizzazione”, l’estensione dei “diritti umani”), a cui è del tutto inutile opporsi.

No: la situazione odierna è lo sbocco di processi di lunga durata, solo a tratti visibili dal grande pubblico, di spinte e controspinte da parte dei diversi contendenti, di scelte strategiche precise fatte da dirigenti politici e attori economici condizionati da interessi specifici, in poche parole di un vero e proprio conflitto tra diverse visioni del mondo, in cui i (provvisori) vincitori impongono la loro volontà e i loro parametri di giudizio ai vinti. Questo carattere di prevaricazione non deve mai essere dimenticato, se non si vuole ricadere nelle spiegazioni rassicuranti elargite dai mass media sulla globalizzazione e il libero mercato come un gioco in cui alla fine “vincono tutti”. Ma come è cominciata questa storia?

Per quanto possa essere possibile la periodizzazione storica, se si vuole trovare una “scena primaria” all’origine dell’odierno caos, si deve probabilmente andare agli anni ’70 del Novecento. E’ qui, in questo lasso di tempo relativamente breve, che deperiscono gli assetti geopolitici e economici che avevano determinato l’andamento del mondo dalla fine della Seconda guerra mondiale (e, per certi versi, già dagli anni ’30), e allo stesso tempo giungono a maturazione le condizioni per una svolta epocale, che porterà nel giro di pochi anni al consolidamento di nuove gerarchie e rapporti di forza a livello globale. Gli anni ’70 sono, in genere, ricordati come gli anni della crisi di fiducia dell’America dopo il fallimento in Vietnam, gli anni della crisi economica dovuta all’innalzamento del prezzo del petrolio, gli anni degli scontri di piazza (almeno in Italia) e della modernizzazione dei costumi nei paesi occidentali. Queste sono percezioni superficiali, che riflettono avvenimenti reali ma li pongono in maniera semplificata, banalizzata. Si dimentica che questi sono soprattutto gli anni in cui, sul piano economico, il ciclo espansivo delle economie dei paesi occidentali, spinto in avanti da massicci interventi pubblici di tipo keynesiano, si avvia alla stagnazione produttiva; e, sul piano geopolitico, il campo socialista, nonostante la vittoria in Indocina e la costruzione di alleanze in giro per il mondo, subisce un processo di logoramento  (non immediatamente visibile da parte dei contemporanei, che se ne accorgeranno dieci anni dopo) economico, politico e culturale, che porterà in meno di vent’anni al collasso degli Stati che si erano opposti all’egemonia occidentale (cioè statunitense) sul mondo. Da queste crisi, usciranno rafforzati un capitalismo liberista completamente slegato da preoccupazioni “redistributive” verso i meno abbienti (sia all’interno di un singolo paese, sia sul piano internazionale), e, ovviamente, gli USA, che emergeranno all’inizio degli anni ’90 come l’unica superpotenza economica, geopolitica e militare nel mondo. Il fatto che i rapporti di forza cristallizzatisi all’indomani del crollo dell’URSS siano fondamentalmente rimasti gli stessi ancora oggi (sebbene soggetti a vistosi segni di logoramento, soprattutto negli ultimi anni) è la prova che il cambio di passo avvenuto tra la metà dei ’70 e la metà degli ’80 è stato veramente il passaggio delle consegne da una situazione storica ad un’altra, con tutte le conseguenze (catastrofiche per una parte preponderante dell’umanità) che ne derivano.

Per diversi storici, gli anni ’70 sono gli anni in cui i paesi “avanzati” raggiungono un bivio, dove la strada si biforca in due sentieri che portano in luoghi completamente diversi: la stagnazione economica e la riduzione dei margini dei profitti delle classi imprenditoriali, in una condizione di sostegno pubblico ai ceti subalterni (in termini di lavori pubblici, servizi sanitario, scolastico, previdenziale, imposta progressiva sul reddito, ecc) pur in presenza di un modo di produzione inequivocabilmente basato sulla proprietà privata, porta i settori dirigenti di diverse nazioni “occidentali” a contemplare la scelta tra due opzioni: da una parte, un’ulteriore spinta verso la nazionalizzazione (cioè la statalizzazione) di vasti settori dell’apparato produttivo, marginalizzando così il peso dell’imprenditoria privata e intaccandone i privilegi; dall’altra, un ritorno a una concezione liberista dell’economia politica, secondo cui l’intervento dello Stato in materia economica deve essere ridotto al minimo, e le forze di mercato devono essere lasciate completamente libere di “autoregolarsi” per trovare il giusto equilibrio tra domanda e offerta e far ripartire così un’economia zoppicante. Quest’ultima opzione, che è poi la negazione di tutta la politica economica che era stata messa in atto nei paesi europei e americani dal dopoguerra in poi, fu poi quella effettivamente scelta dalle classi dirigenti occidentali, dapprima nei paesi maggiormente inclini (sul piano culturale) ad accogliere un ritorno ai principi del liberismo economico (cioè Stati Uniti e Gran Bretagna), e poi a seguire in tutto il mondo (o quasi). Lo smantellamento del patrimonio pubblico, con annesso welfare state, significò la perdita delle sicurezze sociali per larghi settori della popolazione, che avevano potuto beneficiare, negli anni del dopoguerra, di una produzione industriale di massa sostenuta dall’intervento pubblico e di un sistema di protezioni sociali nell’ambito dell’istruzione, della sanità e delle pensioni che era assolutamente impensabile fino ai primi decenni del Novecento. L’aumento del benessere di larghi strati della cittadinanza nei decenni che vanno dal 1950 al 1980 (circa) fu dovuto in maniera determinante a questo tipo di interventismo statale a sostegno della domanda interna e delle esigenze “non commerciabili” (come appunto scuola, salute, ecc) delle classi subalterne. Tutto questo fu gradualmente ribaltato, in un cambiamento di paradigma che determinò il passaggio dalla visione di una società in cui la prosperità era valutata anche in base al margine di sicurezza e tranquillità economica e sociale a cui tutti i membri della comunità avevano diritto, a una in cui la prosperità era interamente ridefinita in termini individualistici, come rafforzamento del potere d’acquisto di beni di consumo, e come volume di investimenti (di carattere produttivo o speculativo, in genere la teoria liberista non distingue qualitativamente tra i due) effettuati. La prassi della sovranità pubblica in termini di bilanciamento dei redditi e relativa redistribuzione degli stessi, che mitigava in qualche misura le differenze sociali congenite alle società capitalistiche lasciò il posto a una logica da laissez-faire, in cui allo Stato si intimava di non intervenire nella sfera della distribuzione dei profitti e di effettuare tagli alla spesa pubblica (che regolarmente riguardavano le prestazioni dei servizi ai cittadini, in un’ottica di privatizzazione del welfare), in una prospettiva monetarista indifferente ai “costi sociali” di simili provvedimenti. Nello stesso momento, la cosiddetta “terza rivoluzione industriale” nel campo dell’informatica e delle comunicazioni diede il semaforo verde alla completa liberalizzazione dei flussi finanziari, per cui enormi masse di denaro “virtuale” cominciarono a spostarsi disinvoltamente da un paese all’altro, seguendo gli andamenti dei mercati, senza che le autorità politiche delle nazioni interessate da questi spostamenti di capitale potessero in un qualche modo regolarli o esercitare un qualche tipo di sovranità su di essi, finendo in balia delle fluttuazioni borsistiche e diventando preda della logica neoliberista secondo la quale un paese è tanto più appetibile da un punto di vista degli investimenti finanziari tanto meno sono tutelati i diritti sociali delle classi lavoratrici (rendendo possibile un maggior margine di profitto per il capitale). Una nuova classe di imprenditori della finanza e speculatori si ritrovò così, nel giro di pochi anni, a godere di una libertà di movimento e di una capacità di condizionamento delle politiche economiche e sociali dei singoli stati assolutamente impensabile fino a un decennio prima, e intere regioni del globo entrarono nella spirale indebitamento con l’estero-depressione economica-ulteriori prestiti-ulteriore indebitamento, che distrusse i margini di autonomia e sovranità nazionale che erano stati faticosamente costruiti in precedenza, a vantaggio dei centri di potere finanziario globale, situati tutti nelle grandi metropoli dei paesi sviluppati, in particolar modo negli USA.

Qui ci troviamo di fronte ad un aspetto spesso trascurato nelle trattazioni (anche critiche) dell’avvento globale del nuovo ordine neoliberista: questo nuovo assetto geoeconomico mondiale è stato infatti funzionale agli interessi strategici di una particolare nazione, gli Stati Uniti d’America, che, in forza della preminenza del dollaro nelle transazioni internazionali e della sovranità politica, economica e militare della potenza yankee, hanno potuto riemergere dal parziale disorientamento seguito al ritiro dal Vietnam e tornare a dettare le regole a un numero sempre maggiore di paesi subalterni. La controrivoluzione neoliberista non fu dunque semplicemente uno stratagemma di generiche “classi sfruttatrici” per riguadagnare margini di vantaggio e profitti crescenti sulle classi subalterne (anche se ovviamente fu anche questo); fu soprattutto l’espediente con cui fu restaurata l’egemonia strategica di uno specifico paese, il quale poteva contare su un’economia imperniata su altissimi tassi d’interesse (che permisero agli USA di diventare, negli anni ’80, il santuario preferito degli investimenti di capitale a livello globale), sull’inesigibilità del loro debito estero, sulla suddetta preminenza del dollaro sul mercato globale, e soprattutto su istituzioni economiche internazionali (come il Fondo Monetario e la Banca Mondiale, maggiori concessori di prestiti ai paesi in difficoltà dietro previo accordo sulle “riforme” da effettuare in tali nazioni) legate a doppio filo ai vertici del potere politico ed economico a stelle e striscie, di cui facevano naturalmente gli interessi, travestendoli ideologicamente come “neutrali” provvedimenti di risanamento economico. La stessa “globalizzazione” di cui si riempiono tutti la bocca fu a tutti gli effetti una “anglobalizzazione”, per cui tutte le nazioni della terra si ritrovarono condizionate (chi più, chi meno) dai dettami delle regole del gioco imposti dalle elites oligarchiche di origine americana (e in misura minore inglese). La mancanza di opposizioni visibili a livello internazionale alla volontà di potenza statunitense, conseguenza del crollo dei paesi socialisti all’inizio degli anni ’90, fece in modo che, almeno per un decennio, gli Stati Uniti godettero di una supremazia geopolitica e geoeconomica (e culturale) incontrastata.

E qui si arriva al secondo punto: il progressivo sfaldamento politico istituzionale e culturale dei paesi del cosiddetto “Secondo mondo” (cioè il blocco socialista esteuropeo, URSS in testa), già entrato in crisi alla fine degli anni ’60 ma ulteriormente peggiorato nel decennio successivo, scavò un tunnel sotto le fondamenta di questi regimi, che, possono piacere o non piacere, hanno comunque rappresentato, nel periodo della Guerra Fredda, un polo alternativo allo strapotere occidentale (cioè americano) nel mondo, e una linea di resistenza contro l’imperialismo dei paesi cosiddetti “avanzati”. Il crollo del blocco orientale (con tutte le sue appendici geopolitiche in varie parti del mondo), soprattutto quello della casa-base Unione Sovietica, fu il segnale più evidente che non c’erano più limiti alla mercificazione globale guidata dall’America, e interi paesi si trasformarono in altrettanti giganteschi mercati di manodopera a basso costo, beni statali rivenduti a prezzi stracciati a speculatori senza scrupoli, ricettacoli perfetti per il proliferare di economie “nere” e criminali. L’economia di rapina istituzionalizzata che fece seguito all’instaurazione della “democrazia” in queste nazioni fu la conseguenza più scontata della nuova logica che muoveva i flussi di capitali, e interi settori della società vennero abbandonati a se stessi, con l’ovvio risultato di cedere ulteriore terreno fertile per la malavita. In Russia poi la distruzione del patrimonio sovietico significò anche la perdita della posizione di forza a livello internazionale (lo stesso bilancio militare russo crollò nel decennio successivo all’implosione del sistema socialista), il che rese il più grande paese del mondo totalmente incapace di contrastare, per quasi vent’anni, le iniziative imperiali dei rivali USA. I quali si ritrovarono perciò campo libero anche sul piano militare, per intraprendere una serie di operazioni (ipocritamente mascherate come atti di “polizia internazionale” per la protezione dei famigerati “diritti umani”) soprattutto nel teatro mediorientale (ma anche nei Balcani, e del resto la capacità di proiezione bellica degli Statunitensi ha una portata globale), che hanno naturalmente causato incalcolabili distruzioni sul piano materiale, umano, spirituale, senza che ovviamente i responsabili siano mai stati chiamati a risponderne.

E’ dunque questo lo scenario odierno: un crescente divario economico tra settori privilegiati e settori subalterni (sia a livello nazionale, sia nei paragoni tra diversi paesi), una elites oligarchica transazionale (ma con forti radici nei paesi anglosassoni) composta di imprenditori e speculatori, in stretta cooperazione con i dirigenti delle principali istituzioni internazionali e con i capi di stato dei paesi dominanti (uno in particolare) capace di far valere in ogni controversia le proprie prerogative a spese dei settori più deboli; una americanizzazione culturale ormai incontrastata, che permette di pubblicizzare l’american way of life (e, di conseguenza, la società americana tutta) presso sempre maggiori masse umane in tutto il mondo, cancellando le radici specifiche delle diverse culture per far posto a una visione del mondo dominata dalla propensione compulsiva al consumo come unico fattore di affermazione della propria identità; infine, la presenza di una superpotenza militare e geopolitica che dichiara apertamente che i propri interessi e i propri valori (ovviamente fatti passare per valori dell’intera umanità) non sono negoziabili e quindi saranno imposti con tutti i mezzi, a qualsiasi costo, contro tutti i recalcitranti. Uno scenario orribile che deve essere compreso nella sua interezza, prima di organizzarsi e affilare le armi per combatterlo.

Progetta un sito come questo con WordPress.com
Comincia ora