La lunga marcia verso un mondo da incubo

La situazione in cui versa oggigiorno il mondo, su tutti i piani (economico/sociale, geopolitico, militare, culturale), non si è certo realizzata nel giro di una notte; e non è neanche il portato di una fantasmatica “fine della storia”, che dovrebbe consacrare il mondo globalizzato (a egemonia statunitense, of course) come il prodotto più alto della lunga storia della civiltà umana. Una visione del genere porterebbe alla sacralizzazione miracolistica dell’attuale stato di cose, percepito come la volontà inesorabile di entità superiori (il “mercato”, la “democrazia”, la “globalizzazione”, l’estensione dei “diritti umani”), a cui è del tutto inutile opporsi.

No: la situazione odierna è lo sbocco di processi di lunga durata, solo a tratti visibili dal grande pubblico, di spinte e controspinte da parte dei diversi contendenti, di scelte strategiche precise fatte da dirigenti politici e attori economici condizionati da interessi specifici, in poche parole di un vero e proprio conflitto tra diverse visioni del mondo, in cui i (provvisori) vincitori impongono la loro volontà e i loro parametri di giudizio ai vinti. Questo carattere di prevaricazione non deve mai essere dimenticato, se non si vuole ricadere nelle spiegazioni rassicuranti elargite dai mass media sulla globalizzazione e il libero mercato come un gioco in cui alla fine “vincono tutti”. Ma come è cominciata questa storia?

Per quanto possa essere possibile la periodizzazione storica, se si vuole trovare una “scena primaria” all’origine dell’odierno caos, si deve probabilmente andare agli anni ’70 del Novecento. E’ qui, in questo lasso di tempo relativamente breve, che deperiscono gli assetti geopolitici e economici che avevano determinato l’andamento del mondo dalla fine della Seconda guerra mondiale (e, per certi versi, già dagli anni ’30), e allo stesso tempo giungono a maturazione le condizioni per una svolta epocale, che porterà nel giro di pochi anni al consolidamento di nuove gerarchie e rapporti di forza a livello globale. Gli anni ’70 sono, in genere, ricordati come gli anni della crisi di fiducia dell’America dopo il fallimento in Vietnam, gli anni della crisi economica dovuta all’innalzamento del prezzo del petrolio, gli anni degli scontri di piazza (almeno in Italia) e della modernizzazione dei costumi nei paesi occidentali. Queste sono percezioni superficiali, che riflettono avvenimenti reali ma li pongono in maniera semplificata, banalizzata. Si dimentica che questi sono soprattutto gli anni in cui, sul piano economico, il ciclo espansivo delle economie dei paesi occidentali, spinto in avanti da massicci interventi pubblici di tipo keynesiano, si avvia alla stagnazione produttiva; e, sul piano geopolitico, il campo socialista, nonostante la vittoria in Indocina e la costruzione di alleanze in giro per il mondo, subisce un processo di logoramento  (non immediatamente visibile da parte dei contemporanei, che se ne accorgeranno dieci anni dopo) economico, politico e culturale, che porterà in meno di vent’anni al collasso degli Stati che si erano opposti all’egemonia occidentale (cioè statunitense) sul mondo. Da queste crisi, usciranno rafforzati un capitalismo liberista completamente slegato da preoccupazioni “redistributive” verso i meno abbienti (sia all’interno di un singolo paese, sia sul piano internazionale), e, ovviamente, gli USA, che emergeranno all’inizio degli anni ’90 come l’unica superpotenza economica, geopolitica e militare nel mondo. Il fatto che i rapporti di forza cristallizzatisi all’indomani del crollo dell’URSS siano fondamentalmente rimasti gli stessi ancora oggi (sebbene soggetti a vistosi segni di logoramento, soprattutto negli ultimi anni) è la prova che il cambio di passo avvenuto tra la metà dei ’70 e la metà degli ’80 è stato veramente il passaggio delle consegne da una situazione storica ad un’altra, con tutte le conseguenze (catastrofiche per una parte preponderante dell’umanità) che ne derivano.

Per diversi storici, gli anni ’70 sono gli anni in cui i paesi “avanzati” raggiungono un bivio, dove la strada si biforca in due sentieri che portano in luoghi completamente diversi: la stagnazione economica e la riduzione dei margini dei profitti delle classi imprenditoriali, in una condizione di sostegno pubblico ai ceti subalterni (in termini di lavori pubblici, servizi sanitario, scolastico, previdenziale, imposta progressiva sul reddito, ecc) pur in presenza di un modo di produzione inequivocabilmente basato sulla proprietà privata, porta i settori dirigenti di diverse nazioni “occidentali” a contemplare la scelta tra due opzioni: da una parte, un’ulteriore spinta verso la nazionalizzazione (cioè la statalizzazione) di vasti settori dell’apparato produttivo, marginalizzando così il peso dell’imprenditoria privata e intaccandone i privilegi; dall’altra, un ritorno a una concezione liberista dell’economia politica, secondo cui l’intervento dello Stato in materia economica deve essere ridotto al minimo, e le forze di mercato devono essere lasciate completamente libere di “autoregolarsi” per trovare il giusto equilibrio tra domanda e offerta e far ripartire così un’economia zoppicante. Quest’ultima opzione, che è poi la negazione di tutta la politica economica che era stata messa in atto nei paesi europei e americani dal dopoguerra in poi, fu poi quella effettivamente scelta dalle classi dirigenti occidentali, dapprima nei paesi maggiormente inclini (sul piano culturale) ad accogliere un ritorno ai principi del liberismo economico (cioè Stati Uniti e Gran Bretagna), e poi a seguire in tutto il mondo (o quasi). Lo smantellamento del patrimonio pubblico, con annesso welfare state, significò la perdita delle sicurezze sociali per larghi settori della popolazione, che avevano potuto beneficiare, negli anni del dopoguerra, di una produzione industriale di massa sostenuta dall’intervento pubblico e di un sistema di protezioni sociali nell’ambito dell’istruzione, della sanità e delle pensioni che era assolutamente impensabile fino ai primi decenni del Novecento. L’aumento del benessere di larghi strati della cittadinanza nei decenni che vanno dal 1950 al 1980 (circa) fu dovuto in maniera determinante a questo tipo di interventismo statale a sostegno della domanda interna e delle esigenze “non commerciabili” (come appunto scuola, salute, ecc) delle classi subalterne. Tutto questo fu gradualmente ribaltato, in un cambiamento di paradigma che determinò il passaggio dalla visione di una società in cui la prosperità era valutata anche in base al margine di sicurezza e tranquillità economica e sociale a cui tutti i membri della comunità avevano diritto, a una in cui la prosperità era interamente ridefinita in termini individualistici, come rafforzamento del potere d’acquisto di beni di consumo, e come volume di investimenti (di carattere produttivo o speculativo, in genere la teoria liberista non distingue qualitativamente tra i due) effettuati. La prassi della sovranità pubblica in termini di bilanciamento dei redditi e relativa redistribuzione degli stessi, che mitigava in qualche misura le differenze sociali congenite alle società capitalistiche lasciò il posto a una logica da laissez-faire, in cui allo Stato si intimava di non intervenire nella sfera della distribuzione dei profitti e di effettuare tagli alla spesa pubblica (che regolarmente riguardavano le prestazioni dei servizi ai cittadini, in un’ottica di privatizzazione del welfare), in una prospettiva monetarista indifferente ai “costi sociali” di simili provvedimenti. Nello stesso momento, la cosiddetta “terza rivoluzione industriale” nel campo dell’informatica e delle comunicazioni diede il semaforo verde alla completa liberalizzazione dei flussi finanziari, per cui enormi masse di denaro “virtuale” cominciarono a spostarsi disinvoltamente da un paese all’altro, seguendo gli andamenti dei mercati, senza che le autorità politiche delle nazioni interessate da questi spostamenti di capitale potessero in un qualche modo regolarli o esercitare un qualche tipo di sovranità su di essi, finendo in balia delle fluttuazioni borsistiche e diventando preda della logica neoliberista secondo la quale un paese è tanto più appetibile da un punto di vista degli investimenti finanziari tanto meno sono tutelati i diritti sociali delle classi lavoratrici (rendendo possibile un maggior margine di profitto per il capitale). Una nuova classe di imprenditori della finanza e speculatori si ritrovò così, nel giro di pochi anni, a godere di una libertà di movimento e di una capacità di condizionamento delle politiche economiche e sociali dei singoli stati assolutamente impensabile fino a un decennio prima, e intere regioni del globo entrarono nella spirale indebitamento con l’estero-depressione economica-ulteriori prestiti-ulteriore indebitamento, che distrusse i margini di autonomia e sovranità nazionale che erano stati faticosamente costruiti in precedenza, a vantaggio dei centri di potere finanziario globale, situati tutti nelle grandi metropoli dei paesi sviluppati, in particolar modo negli USA.

Qui ci troviamo di fronte ad un aspetto spesso trascurato nelle trattazioni (anche critiche) dell’avvento globale del nuovo ordine neoliberista: questo nuovo assetto geoeconomico mondiale è stato infatti funzionale agli interessi strategici di una particolare nazione, gli Stati Uniti d’America, che, in forza della preminenza del dollaro nelle transazioni internazionali e della sovranità politica, economica e militare della potenza yankee, hanno potuto riemergere dal parziale disorientamento seguito al ritiro dal Vietnam e tornare a dettare le regole a un numero sempre maggiore di paesi subalterni. La controrivoluzione neoliberista non fu dunque semplicemente uno stratagemma di generiche “classi sfruttatrici” per riguadagnare margini di vantaggio e profitti crescenti sulle classi subalterne (anche se ovviamente fu anche questo); fu soprattutto l’espediente con cui fu restaurata l’egemonia strategica di uno specifico paese, il quale poteva contare su un’economia imperniata su altissimi tassi d’interesse (che permisero agli USA di diventare, negli anni ’80, il santuario preferito degli investimenti di capitale a livello globale), sull’inesigibilità del loro debito estero, sulla suddetta preminenza del dollaro sul mercato globale, e soprattutto su istituzioni economiche internazionali (come il Fondo Monetario e la Banca Mondiale, maggiori concessori di prestiti ai paesi in difficoltà dietro previo accordo sulle “riforme” da effettuare in tali nazioni) legate a doppio filo ai vertici del potere politico ed economico a stelle e striscie, di cui facevano naturalmente gli interessi, travestendoli ideologicamente come “neutrali” provvedimenti di risanamento economico. La stessa “globalizzazione” di cui si riempiono tutti la bocca fu a tutti gli effetti una “anglobalizzazione”, per cui tutte le nazioni della terra si ritrovarono condizionate (chi più, chi meno) dai dettami delle regole del gioco imposti dalle elites oligarchiche di origine americana (e in misura minore inglese). La mancanza di opposizioni visibili a livello internazionale alla volontà di potenza statunitense, conseguenza del crollo dei paesi socialisti all’inizio degli anni ’90, fece in modo che, almeno per un decennio, gli Stati Uniti godettero di una supremazia geopolitica e geoeconomica (e culturale) incontrastata.

E qui si arriva al secondo punto: il progressivo sfaldamento politico istituzionale e culturale dei paesi del cosiddetto “Secondo mondo” (cioè il blocco socialista esteuropeo, URSS in testa), già entrato in crisi alla fine degli anni ’60 ma ulteriormente peggiorato nel decennio successivo, scavò un tunnel sotto le fondamenta di questi regimi, che, possono piacere o non piacere, hanno comunque rappresentato, nel periodo della Guerra Fredda, un polo alternativo allo strapotere occidentale (cioè americano) nel mondo, e una linea di resistenza contro l’imperialismo dei paesi cosiddetti “avanzati”. Il crollo del blocco orientale (con tutte le sue appendici geopolitiche in varie parti del mondo), soprattutto quello della casa-base Unione Sovietica, fu il segnale più evidente che non c’erano più limiti alla mercificazione globale guidata dall’America, e interi paesi si trasformarono in altrettanti giganteschi mercati di manodopera a basso costo, beni statali rivenduti a prezzi stracciati a speculatori senza scrupoli, ricettacoli perfetti per il proliferare di economie “nere” e criminali. L’economia di rapina istituzionalizzata che fece seguito all’instaurazione della “democrazia” in queste nazioni fu la conseguenza più scontata della nuova logica che muoveva i flussi di capitali, e interi settori della società vennero abbandonati a se stessi, con l’ovvio risultato di cedere ulteriore terreno fertile per la malavita. In Russia poi la distruzione del patrimonio sovietico significò anche la perdita della posizione di forza a livello internazionale (lo stesso bilancio militare russo crollò nel decennio successivo all’implosione del sistema socialista), il che rese il più grande paese del mondo totalmente incapace di contrastare, per quasi vent’anni, le iniziative imperiali dei rivali USA. I quali si ritrovarono perciò campo libero anche sul piano militare, per intraprendere una serie di operazioni (ipocritamente mascherate come atti di “polizia internazionale” per la protezione dei famigerati “diritti umani”) soprattutto nel teatro mediorientale (ma anche nei Balcani, e del resto la capacità di proiezione bellica degli Statunitensi ha una portata globale), che hanno naturalmente causato incalcolabili distruzioni sul piano materiale, umano, spirituale, senza che ovviamente i responsabili siano mai stati chiamati a risponderne.

E’ dunque questo lo scenario odierno: un crescente divario economico tra settori privilegiati e settori subalterni (sia a livello nazionale, sia nei paragoni tra diversi paesi), una elites oligarchica transazionale (ma con forti radici nei paesi anglosassoni) composta di imprenditori e speculatori, in stretta cooperazione con i dirigenti delle principali istituzioni internazionali e con i capi di stato dei paesi dominanti (uno in particolare) capace di far valere in ogni controversia le proprie prerogative a spese dei settori più deboli; una americanizzazione culturale ormai incontrastata, che permette di pubblicizzare l’american way of life (e, di conseguenza, la società americana tutta) presso sempre maggiori masse umane in tutto il mondo, cancellando le radici specifiche delle diverse culture per far posto a una visione del mondo dominata dalla propensione compulsiva al consumo come unico fattore di affermazione della propria identità; infine, la presenza di una superpotenza militare e geopolitica che dichiara apertamente che i propri interessi e i propri valori (ovviamente fatti passare per valori dell’intera umanità) non sono negoziabili e quindi saranno imposti con tutti i mezzi, a qualsiasi costo, contro tutti i recalcitranti. Uno scenario orribile che deve essere compreso nella sua interezza, prima di organizzarsi e affilare le armi per combatterlo.

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